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CANALI » Articoli » OSCAR WILDE E LE APPROPRIAZIONI INDEBITE

di Gianluca Meis su Facebook: Gianluca Meis

Capita spesso di leggere articoli della stampa cattolica in cui si evidenzia come, negli ulti-mi anni di vita di qualcuno, magari un famoso intellettuale o una persona “in vista”, sia possibile rintracciare un avvicinamento a Dio. È successo ad esempio con Fellini, con Biagi così come con la Fallaci: ne hanno rimarcato l’amicizia con qualche alto prelato e hanno provato a rileggere le loro opere o le loro azioni alla luce di una improvvisa illuminazione della fede giunta in punto di morte o nascosta qua e là in qualche riga scritta chissà quando e in quale contesto. Tali perniciose analisi post mortem (dun-que non smentibili dai diretti interessati) sono ancora più patetiche e fastidiose quando vanno ad indagare indietro nel tempo, arrivando a toccare magari qualcuno che è bandiera di culture “diverse” da quella cattolica. Sta succedendo questo con Oscar Wilde. Non da poco in verità. Un paio di anni fa infatti è stato pubblicato un libro dal titolo Pro-vocazioni, con sottotitolo “Aforismi per un cristianesimo anticonformista” (Editrice Rogate). Ne era autore uno dei più stretti collaboratori di Papa Benedetto XVI, il padre rogazionista Leonardo Sapienza, addetto al protocollo della Prefettura della Casa Pontificia. Il libro fu accolto dalla stampa come un’apertura del Vaticano nei confronti del poeta e drammaturgo inglese ma anche storica icona omosessuale della cultura euro-pea. Le sue massime - provocatori aforismi del tipo “Posso resistere a tutto, ma non alle tentazioni”, op-pure “L’unico modo di liberarsi di una tentazione è abbandonarsi ad essa” - sono state prese a modello per dare una scossa a fedeli cristiani intiepiditi e uo-mini di buona volontà. Il libro contiene un migliaio di frasi a carattere morale suddivise in 443 paragrafi selezionati in ordine alfabetico. Quasi un mini vocabolario con le più importanti massime wildiane, in-sieme ai pensieri di un altro autore, meno noto, ma anch’esso dotato di una indubbia forza provocatoria: Nicolas Gomez Davila, scrittore cristiano colombia-no scomparso nel 1994. Dei due, a sorprendere di più è certamente la presenza di Wilde, nato a Dublino, in Irlanda, il 16 ottobre 1854 e scomparso a Parigi il 30 novembre 1900, a soli 46 anni, convertitosi al cattolicesimo solo in punto di morte, dopo una vita di eccessi e di provocazioni nella Inghilterra vittoriana, ma costellata anche da grandi successi letterari. Benché sposato e padre di due figli, Wilde fu condannato a 2 anni di lavori forzati per una relazione omosessuale col giovane lord Alfred Douglas, detto Bosie. Aspetti - questi ultimi - non contemplati nel libro, nel quale l’autore preferisce invece deli-neare “la forza apparentemente paradossale” delle provocazioni dell’autore di Ritratto di Dorian Gray. Padre Sapienza si propone di stimolare il “risveglio” di determinati ambienti cattolici, perché - come si legge nella prefazione citando Kierkegaard - il cristianesimo doveva essere una cura radicale; invece se ne è fatto uno di quei rimedi che si usano contro il raffreddore”. Da qui l’avvertimento di padre Sapienza: “Dobbiamo essere una spina nel fianco” per muovere le coscienze e per fronteggiare quello che oggi è il nemico numero uno della religione: l’indifferenza. Male particolarmente temuto da Benedetto XVI. Così la Santa Sede sembra ora riabilitare una figura scomoda come Wilde, scrittore “dotato di una intelligenza folgorante - scrive Sapienza - autore mordace, sarcastico e provocatorio, vissuto perigliosamente e un po’ scandalosamente, ma che ha la-sciato nelle sue pagine motti taglienti”. A rimarcare questo “avvicinamento” ci pensa nel nu-mero di luglio 2009 Città Nuova, l’organo di stampa dei Focolarini. In questo articolo si sostiene che Wilde, nonostante “lo smarrimento morale” ha sempre cercato la “Verità”, impedito in questo dal padre che “gli negava di diventare cattolico”. Se ne loda l’at-taccamento alla moglie Costance definita “l’unico personaggio davvero grande della sua vita”. Ovviamente anche qui non v’è alcun accenno al legame con il suo giovane amante, causa peraltro, come sappiamo, dei due anni di carcere che Wilde fece e uscito dai quali mai smise di scrivere lettere d’amo-re accorato… non alla moglie! Ma a Bosie (Alfred Douglas)! Ricordiamo tutti alcuni di quei versi declamati al Festival di Sanremo da Benigni. Come al solito la bravura di scremare tra le opere di un artista ad uso e consumo di una “parte” e di una tesi finalizzata ad evidenziarne un “cattolicesi-mo accorato”, tocca vette di involontario umorismo, non fosse per la pericolosità dell’operazione. Per-ché nessuno ribatte a queste meschine riletture del-la vita di Wilde? Possibile non ci siano studiosi che se ne sentano offesi e siano in grado di dare voce ad una protesta che alzi la testa di fronte ad affermazioni come quella sostenuta nell’articolo di Città Nuova e che vuole la morte di Wilde come unica “possibile guarigione” dopo essersi rimesso in viaggio con l’ex amante, causa dei suoi guai? Una volta tanto invece di perdersi dietro ai versi di un can-zonettaro in vena di pubblicità come Povia non sarebbe possibile scandalizzarsi per questa appropriazione indebita dell’arte di Wilde?

Mi sia concesso di terminare in modo ironico, chiedendomi quali saranno i prossimi passi della Chiesa per rosicchiare qualcosa alla cultura gay:
- Messa di Pasqua con, al posto dei chierichetti, delle sfavillanti Drag Queen;
- La Vergine di Lourdes vestita Prada;
- Vladimir Luxuria Segretario di Stato al posto di Ber-tone;
- YMCA dei Village People, coreografato dalle carmelitane scalze, al posto dell’Osanna nell’alto dei cieli;
- Moira Orfei Santa Subito;
- Battuage sotto le colonne del Bernini (Ops, quello c’è già!).
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