|
|
| CANALI » Articoli » A CAPRI 150 FOTO DEL BARONE VON GLOEDEN |
|
In mostra a Villa Lysis, lussuosa dimora dell’eccentrico conte Jacques Fersen, potrete ammirare gli scatti originali del grande fotografo tedesco vissuto a cavallo del ‘900
Se le vacanze di agosto non vi hanno prosciuga-to il conto in banca, sarebbe bene fare un salto alla mostra del grande fotografo tedesco Wilhelm Von Gloeden (1856-1931), mostra a cura della Fondazione Capri, organizzata in collaborazione con Alinari/Sole24 Ore, curatore lo storico della fotografia italiana Italo Zannier (fino al 4 ottobre, ingresso libero tutti i giorni dalle 10 alle 19. Info 338.2113037).
Se non siete mai stati nel paradiso caprese, questa è l’occasione giusta per porre rimedio, magari evitando il weekend: nei fine settimana le isole del golfo di Napoli sono prese d’assalto da rumorose frotte di turisti
al sacco, per i quali un paradiso vale l’altro. L’occasione è preziosa, perché in un sol colpo si potranno vedere dal vivo sia 150 foto originali del barone von Gloeden che alcuni scatti di suo cugino e “maestro”, il meno famoso Wilhelm von Plüschow. Ma soprattut-to è imperdibile la location: quella Villa Lysis a picco sul mare, splendida dimora liberty voluta nel 1905 dal conte Jacques Fersen, altro personaggio cult della Belle Epoque gaya, a cui Peyrefitte dedicò una bella biografia romanzata, L’esule di Capri. Allontanatosi da Parigi per fuggire gli scandali, Fersen scese in Italia, dove incontrò il ragazzo della sua vita, Nino Cesarini, e si trasferì con lui a Capri. Oggi la villa, dopo vari passaggi di proprietà, è stata acquisita dal Comune dell’isola, che l’ha riportata all’originaria bellezza. E non vediamo l’ora di ritrovare “la veranda lastricata di piastrelle azzurre con greche bianche”, la stanza di Jacques “con tre finestre verso il golfo e tre verso il Monte Tiberio”, e al seminterrato la famosa camera cinese, la fumeria d’oppio dove l’eccentrico conte, forse stanco di una vita di vagabondaggi, decise di suicidarsi ma lo fece alla sua maniera: con un’overdose di cocaina e una coppa di champagne.
Per quanto riguarda il barone von Gloeden, il suo trasferimento nel 1878 al caldo di Taormina fu dovu-to invece alla tubercolosi. Racconta egli stesso che, venuto in Italia per il clima benefico, vi trovò il sole necessario sia a curarsi i polmoni che a fotografare en plein air, cosa per i tempi tecnicamente difficile, quasi un lavoro d’avanguardia. I suoi primi paesaggi e ritratti di contadini del luogo erano solo un hobby, dal momento che von Gloeden era in Sicilia a spese della famiglia, ma quando questa ebbe un tracollo finanziario, il barone dovette organizzarsi e fece del-la fotografia un vero e proprio lavoro. L’Italia, la luce del sole, e l’azzurro del cielo e del mare dovevano essere per von Gloeden sinonimi della salute ritrovata e forse dell’origine stessa della vita. Per questo il suo sguardo artistico è così rivolto al passato, alla classicità pagana, a un’Arcadia popolata di giovincelli in una nudità tanto più innocente se la si para-gona agli sguardi lascivi dei modelli della fotografia pubblicitaria contemporanea. Al confronto di quei diavoli tentatori, i modelli di von Gloeden sembrano abitanti del Paradiso
Terrestre: qui c’è un Caino
ignudo su una punta di roc
cia; qui in terrazza un trio di
bimbi con flauto e tamburel-
lo, sandali ai piedi e nastri
nei capelli; qui un gruppo
di anacoreti che scrutano
l’orizzonte; e qui ancora c’è
lui, in un autoritratto che
lo vede nei panni di uno
sceicco beduino, forse un
Lawrence d’Arabia, ma con
l’espressione dolente di un
cristo baffuto.
In poco tempo i maschi sve
stiti del Barone von Gloe-
den fecero il giro d’Europa
in forma di cartoline-souve
nir, e attirarono a Taormina letterati e musicisti, conti e industriali, re e imperatori, tutti a caccia del ritratto di un caruso o, possibilmente, del caruso in carne ed ossa: e Taormina divenne “la città del peccato”, e della gaya felicità. Ma un gior-no, se mai ci libereremo dalla malizia con cui ancora guardiamo questo genere di foto, potremmo persino scoprire quanto i classicheggianti scatti di von Glo-eden abbiano di poetico, di naturale, e di nostalgico per un tempo pagano più intimamente religioso del nostro. E che pornografia oggi è la foto del Presidente del Consiglio con tre veline sulle ginocchia, non certo quella di un giovanetto con un tralcio di vite nei capelli, e ignudo, come mamma l’ha fatto. |
| redazione@gayclubbing.it |
|
|
|
| |
|
| |
|
|
|