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Edmund White ci propone un’interessante biografia del poeta maledetto: uno sguardo friendly sull’artista, senza censure, con una particolare attenzione alla sua relazione con Paul Verlaine.
di Massimiliano Palmese massimilianopalmese@yahoo.it
E' un bene che almeno una tra le tante bio-grafie del padre della poesia moderna, Arthur Rimbaud, sia stata scritta da un autore omosessuale, in questo caso Edmund White (Un giovane americano, La sinfonia dell’addio, L’uo-mo sposato). È un bene perché non solo cade ogni tipo censura sulla tempestosa relazione tra “il poeta più sperimentale del suo tempo” e Paul Verlaine; ma il loro particolare rapporto (legame sessuale? amore? odio? amore-odio?) viene osservato con una lente d’ingrandimento molto em-patica. Il risultato è uno studio che getta sui due poeti una luce chiara, affettuosa. È il ritratto di una coppia formata da personalità di certo molto più che vivaci ma nella loro inquietudine ancora plausibili, ancora umani. Il cuore del libro, infatti, è dedicato all’analisi della loro relazione.
“Il 24 settembre 1871 Rimbaud prese il treno da Charleville a Parigi. Mancava meno di un mese al suo diciassettesimo compleanno. Con sé aveva le sue poesie e un cambio di vestiti, che sua ma-dre gli aveva cucito con una stoffa economica al metro, e che già gli andavano già stretti”. Arthur era nato nelle Ardenne da una contadina cattolica e un capitano dell’esercito, per il quale aveva con-cepito forse i primi pensieri erotici (“Il suo tenero ginocchio talora; i suoi calzoni / che il mio dito desiderava sbottonare…”). Con una serie di maliziose lettere il ribaldo campagnolo aveva affascinato Verlaine, che alla fine lo invitò a Parigi, allegandogli i soldi del treno: “Era alto, ben piazzato, quasi atletico, con il viso perfettamente ovale di un an-gelo in esilio, una chioma ribelle castana chiara, e occhi di un blu che lasciava senza fiato”.
Ma l’angelo in esilio “si mise a prendere il sole nudo davanti alla casa, trasformò la sua stanza in un porcile, mutilò un crocefisso di famiglia, andava fiero dei
pidocchi che
gli infestava-
no la chioma”.
Eppure Ver
laine ne era
affascinato:
la loro vita in-
sieme fu fatta
di passeggia
te, cene tra
poeti e arti
sti, sbronze
di assenzio
(per Arthur
“un’abitudine
delicata che
mette i brivi
di”), simpatie,
antipatie, anzi
odi atroci, e
vere e proprie
provocazioni
(“Charles Cros
ospitò Rim-
baud a casa
sua per un
breve perio-
do, fino al
giorno in cui il ragazzo usò come carta igienica una rivista su cui Cros aveva appena pubblicato alcune poesie”).
Ma la moglie di Verlaine, maltrattata, reagì di con-seguenza e da lì in poi fu un’escalation di eventi drammatici: la fuga dei due amanti a Bruxelles, poi a Londra, la ricerca di lavoro come insegna-ti privati, le sbronze, le liti, i colpi di pistola per Arthur, il processo e la galera per Paul. Quando l’ambizioso Rimbaud dovette ammettere a se stesso l’insuccesso letterario, cominciò la sua seconda vita: l’addio alla poesia, la trasferta in Africa, il commercio in armi, forse persino un ma-trimonio, quindi la malattia e l’amputazione di una gamba, fino alla morte a Marsiglia. Aveva appena compiuto trentasette anni.
Il rapido passaggio sulla Terra di un angelo ribelle, di cui White ripercorre le tappe in un libro avvincente e che, momento dopo momento, chiarisce le particolari situazioni in cui sono stati concepiti i versi di Rimbaud. Opere di cui qui leggiamo brevi brani nella meravigliosa traduzione di Dario Bellezza. L’unica possibile, da recuperare nell’edizione Garzanti. |
| redazione@gayclubbing.it |
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